Gran parte dei crateri mostrati da HiRISE sono antichi, ma quelli dovuti da impatto avvengono grazie ad un processo che avviene continuamente sulla superficie marziana.
Mentre i crateri di grandi dimensioni sono rari, quelli con diametro di pochi metri si formano in un arco temporale compatibile con le missioni marziane, che possono osservarli e confermarli. I dati che provengono dal
Mars Orbiter Camera (MOC), dal Mars Global Surveyor (non più in attività), dalla
Context Camera (CTX) a bordo del Mars Reconnaissance Orbiter e HiRISE hanno permesso di datare i crateri nell’arco di tempo di pochi anni o addirittura mesi, confrontando le immagini acquisite in differenti istanti.
La gran parte dei nuovi crateri identificati dalla CTX e HiRISE si collocano nelle aree dove c’è più polvere dove un nuovo impatto ha l’effetto di raschiare via dalla superficie la polvere mostrando le rocce nascoste che sono di colore scuro. E’ proprio la differenza di colore che permette la scoperta dei nuovi crateri. Le aree meno polverose del pianeta sono infatti soggette alla stessa intensità di bombardamento, ma senza l’ausilio del contrasto cromatico è molto più difficile identificare crateri di piccole dimensioni. Quando CTX identifica un nuovo punto scuro, HiRISE provvede in seguito ad analizzare l’area con una ulteriore immagine per confermare che il punto scuro sia in realtà un cratere da impatto.
Gran parte dei nuovi crateri fanno in realtà parte di un cluster,
come questo. Il cluster qui raffigurato è lungo all’incirca 350 metri (più o meno un quarto di miglio) e il cratere più grande ha un diametro di 5 metri (16 piedi). Questi cluster probabilmente rappresentano il risultato della frammentazione della meteora precedentemente all’arrivo sulla superficie di Marte. La grandezza dell’area di dispersione del cluster dipende sia dalla grandezza che dalla densità del corpo impattante. I ricercatori possono analizzare i cluster per avere più informazioni sulla natura dell’oggetto che li ha creati.
Traduzione: Luigi Stilo